La pesca a mosca in provincia di viterbo

Le nostre gare di pesca

L’appuntamento è alle 10.00, sul greto del fiume prestabilito. Alle 10.00, non un minuto di più. Il giudice di gara darà il via alla competizione alle dieci in punto.

Ieri sera sono andato a letto molto tardi, un po’ per il nervosismo dell’indomani un po’ per assicurarmi che l’attrezzatura fosse perfettamente a posto: la canna, gli anelli puliti, la coda di topo, i finali nelle loro bustine, le mosche tutte in ordine nelle scatolette… nulla deve mancare.

Mi alzo prima del suono della sveglia, e alle 9,30 sono già sul fiume. Anzi, siamo: con me sono venute anche la moglie e la figlia. Anche a loro piacciono queste gare di pesca. Questa volta, però, loro non gareggiano: faranno da spettatori.

Degli altri concorrenti, nessuna traccia. Sono solo. Poi il giudice di gara, puntuale, appare sull’acqua e dà il via. I miei avversari cominciano subito e attaccano a fondo. Io parto con un po’ di ritardo. Voglio studiare la situazione e capire bene quale é la tattica migliore.

Provo con una Blue Dun, poi una Olive senza risultato. I miei avversari sono molto furbi. Continuo così per un paio d’ore poi decido di fermarmi a farmi un panino. Anche i miei avversari decidono che è ora di fermarsi un poco.

Mentre addento la mortadella e sorseggio una Coca, ripercorro le mosse della giornata per capire dove ho sbagliato. Poi decido che è proprio da stupidi venire a fare una gara sul fiume nel mese di giugno alle 10 del mattino.

Troppo presto. Meglio dedicare la mattinata ad altri piaceri. La moglie, per esempio, o la fidanzata… o i figli, il giardino, il computer, l’amante, tutto quello che vuoi ma non una gara di pesca. Non a metà giugno e con un caldo sahariano. Ho finito la Coca. Mi guardo in giro e mi vedo sempre solo. Ma so che i mei avversari mi aspettano per continuare la gara.

Poso una Whickham’s Fancy a 30 centimetri da una fronda che sfiora l’acqua, e mi assicuro i primi 35 punti. Doppietta dopo circa una mezz’ora. I punti salgono a 50, a 75 dopo venti minuti e 100 ancora un poco più tardi. Poi la Whickham’s non da più frutti.

Passo a una March Brown, ad una Bivisible… niente. Mi fermo per capire. Cosa stanno facendo, gli “altri”? E’ fondamentale: nelle gare più sai dell’avversario e più possibilità hai di vincere. Scruto il campo di battaglia e noto un paio di riflessi nell’acqua. Capito.

Tolgo il palmer e monto una ninfa su un amo del 10. Una Pheasant Tail bella pesante. Lancio in testa alla buca, lascio affondare, e sento uno strattone. Solo quello. Ripeto, ma sto più attento. Ed infatti un bella iridea di 40 cm. fa salire il mio punteggio. E’ un susseguirsi di strattoni, catture, strattoni, catture. Ma solo roba piccola. Il punteggio sale, ma non in modo convincente. Poi tutto tace.

Ho capito l’antifona e tolgo la ninfa. Ma non so cosa mettere. Riprendo ad osservare. Per una mezz’ora osservo solo l’acqua, nient’altro che l’acqua. Poi osservo le forme delle nuvole, il colore della vegetazione, le danze delle api sui fiori, la corsa veloce degli uccelletti sul greto… più in là osservo un calabrone che entra ed esce dalle corolle, i riflessi di luce nell’acqua… Mi giro di scatto a causa di un rumore improvviso: un cerbiatto? un maiale selvatico? Non lo vedo, ma vedo la vegetazione che ancora si muove.

Mi scuso con la creatura in fuga di essere lì: sono io l’intruso, non lui. In cielo, un rapace compie ampi giri e poi sparisce dietro le fronde. Lo saluto. Chissà se mi ha sentito.

Poi riprendo a ragionare: se voglio vincere devo fare presto. Non restano ancora molte ore di luce e sono solo a quota 180. Un po’ poco, per vincere una gara. Ecco, gli avversari cominciano a farsi vedere.

Ho capito la loro tattica, e applico la mia: una Pheasant Tail, secca questa volta, e i punti cominciano a salire vertiginosamente. Poi più niente. Le bollate riprendono più sporadiche e quasi impercettibili su qualcosa che non vedo. Ma che intuisco. Monto una spent e la giostra ricomincia, fino a tardi, fino al buio.

Il suono dell’arbitro decreta la fine della gara. Smonto, e ritorno alla macchina. Ho raggiungo quota 400 punti. Ho vinto.

Oggi ho vinto la gara.

Sono felice. Anche mia moglie e mia figlia lo sono, semplicemente perché lo sono io. Ha un grande valore, questo. Più di un lungo discorso o di un ragionamento assennato: sono felice perché lo sei tu. Non é sufficiente? Una frase, una frase sola per concludere in bellezza una giornata fantastica: “Li hai lasciati andare tutti, papà? Sono veramente orgogliosa di te.”

Domani, non riceverò nessuna medaglietta, nessuna coppa. Non ci sarà nessun Assessore orgoglioso dei miei risultati. Nessun presidente che andrà fiero perché ho tenuto alto il nome del suo club.

In compenso, ci sarà un torrente che mi sarà grato perché ho rimesso in acqua tutti i miei 400 punti. Anch’io gliene sono grato: per avermi divertito con lo spettacolo di una natura incontaminata, per la vista dei suoi colori, per il rumore dei suoi suoni e dei suoi silenzi.

La gara questa volta, l’ho vinta io. Non per dimostrare agli altri pescatori quanto valgo. Ma per dimostrare a me stesso quanto sono in grado di apprezzare il dono della vita.

 

Osvaldo Velo

ps: i punti sono la misura totale dei pesci catturati. Il giudice di gara è l’effimera che provoca la prima e l’ultima bollata. I concorrenti, i miei antagonisti, sono i pesci. Dei garisti, l’unico sono io. Gli altri, sono solo comparse di una scena di vita.

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